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DI QUANDO MI STACCAI DALL'ANIMA DEL MONDO PER POI FARVI RITORNO


Sono stata il bersaglio prediletto dei lanciatori di coltelli e mi ero anche messa in bella mostra corredata di fronzoli e pizzi perché i tiratori centrassero la mira.

Sbudellata in ogni dove, mi apprestavo a morire. Persi un quarto del mio peso in tre settimane e i sensi allentarono la presa dal mondo circostante. Si trattava di un malanno senza diagnosi, uno di quegli enigmi per cui la medicina si fa scienza inesatta, un rebus virale? Un attacco autoimmune? O un’emergenza spirituale?

Ero io, accasciata fra i miei umori sdegnosi. Una notte qualcosa si sollevò dal mio corpo. . Galleggiavo in alto sospesa nella stanza.

Ero accanto a mia madre, nel letto grande. Vedevo noi due legate dalla simbiosi della dipendenza e pur di separarmi dal quel dolore, sarei stata disposta a morire. Mi dissi o muore lei o io. Se non riesco a ucciderla morirò io. Mia madre e l’azienda dove avevo lavorato per più di vent’anni erano fatte della stessa pasta e io volevo smantellarle entrambe.

Il viaggio notturno nel regno dei morti, mi portò all’incontro con la follia della mia matrice genealogica.


Ero stata educata alla manipolazione, all’adulazione, mi era stato detto che agli uomini dovevo solo sottrarre. Che mi avrebbero tradito, abbandonato e deluso. Mia nonna mi dava ogni giorno questa pozione di negazione dell’altro. Aveva resettato il mio inconscio goccia a goccia, come una tortura cinese. Diceva che voleva morire e chiudermi con lei nella bara. Aveva messo tutte le mie bambole in fila, in alto sull’armadio, come mummie avvolte nel sarcofago di cellophane trasparente. Intorno a me c’erano solo cose morte. Rivedo pezze di colore di vecchie coperte Lanerossi, mobilia di legno pressato intriso di vernici e colla. La piccola borghesia crescente, aveva solo un falso lindore triste in bella mostra, con cui prendere le distanze dagli umori domestici e triviali del proletariato urbano.



Nella mia famiglia qualsiasi forma di tenerezza veniva additata ad ammissione di colpevolezza o becera ruffianeria. Se camminavo verso un volto, quel volto si girava dall’altra parte. Se cercavo una mano questa si sarebbe persa in qualche tasca consenziente al tradimento dell’affetto. Avevo passato la mia infanzia davanti alla televisione e andarci a lavorare avrebbe significato rimanere ancorata all’unico mondo che mi fosse concesso conoscere. Il mondo delle cose morte.

Ero stata addestrata al controllo, alla pulizia compulsiva, alla rigidità del corpo, al masochismo delle emozioni.

Quella nel letto accanto a me, che non riuscivo a chiamare mamma, era stata consegnata da sua madre a soli pochi mesi ad una vecchia pazza, era stata molestata, dal figlio di questa, a soli due anni, e richiusa in collegio di monache abusanti, che ella riteneva il luogo più sicuro del mondo.

In questo viaggio folle incontrai, in sogno Agaricus, un cavallo indomabile e maestoso, così si presentò a me, rivelandomi il suo nome. Ma Agaricus è anche il fungo allucinogeno della conoscenza, usato in omeopatia sia per la cura sia delle malattie mentali che per quelle autoimmuni.

Con Agaricus viaggiai in spazi siderali imponderabili. Ebbi il più grande orgasmo della mia vita e cadendo dal suo dorso occupai in maniera prepotente tutti gli spazi del mio corpo.

Mia madre in preda allo spavento mi stava con le sue grida, richiamando alla vita e l’intero letto era fradicio fino al materasso. Lenzuola e cuscini ero intrisi di acqua, il liquido amniotico della rinascita.


La mia unica salvezza, dopo il sepolcro infantile fra le bambole morte, fu tornare ad abitare il mondo e percepirlo come amico e culla gentile.

Le grotte sono la mia tana psichica, la casa il mio rifugio. La mia clausura precede la pandemia e vivere in un borgo rafforza il senso di comunità che è stato soppresso nell’ultimo anno dalla reclusione, la peggiore e senz’altro più tragica per le giovani generazioni.

La filosofa australiana Freya Mtheus scrive in “Per amore della materia” ( Magi editore) che quando il nostro amato è il Reale, vale a dire quando siamo legati eroticamente al cosmo attraverso la relazione con un luogo, con un territorio, allora l'essere innamorati può durare per tutta la vita, perché il mondo mantiene per forza di cose la sua inconoscibilità, il suo essere inesauribile, il suo mistero. Una volta aperti alla sua soggettività, restiamo permeabili, trasformabili, animati dalla chiamata della vita.


Sì essere chiamati significa sentirsi desiderati da quel luogo.

L’esercizio con cui vi lascio è quello di fare la lista delle cose necessarie e di quelle di cui potreste fare a meno.

Sostare in un luogo appartato respirando profondamente e visualizzando quale scena, quale luogo, quale persona, quale progetto coincida con il vostro desiderio più profondo.

Qual è la tua natura, lo sai cosa ti fa bene e cosa ti fa male. Il tuo limite. Il rischio.

Perché come c’insegnano le fiabe, i miti e i riti, per arrivare al tesoro bisogno essere disposti ad un sacrificio.

E tu cosa sei disposto a cedere?


( Le immagini a corredo di questo post sono dell'artista giapponese Kimi Kuruhara)


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